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Il testo dell'omelia di Monsignor Fontana

Cari fratelli e sorelle della nostra Chiesa

il Signore ci dia pace

in questo Giorno Santo!

1. Una rinnovata esperienza pasquale

“Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto!”1. È la Pasqua del Signore che ha vinto la morte e ha aperto per noi il passaggio alla vita eterna. In questo tempo complesso percepiamo un grande bisogno di libertà da recuperare e un futuro da costruire. Piuttosto che fissarci sulle difficoltà in cui ci trovammo, la fede ci invita a considerare l’esperienza pasquale come l’inizio di un nuovo grande esodo, per il quale nella preghiera chiediamo a Dio di ritrovare il necessario per una vita, personale e sociale, veramente umana.

Dalla parola stessa di Gesù abbiamo imparato a pregare “liberaci dal male”. Ci coglie impreparati pensare un mondo diverso da quello che abbiamo conosciuto prima della grande pandemia. Per noi cristiani almeno non si tratta di ricostruire il passato, ma di progettare il tempo che viene, mettendo a frutto le risorse spirituali e umane di cui possiamo disporre. Abbiamo anche uno stile che ci è proprio, già descritto nel Discorso a Diogneto: “A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra”.

Il Signore è veramente risorto e ci precede in Galilea, dicono gli angeli. Per noi come per gli Apostoli, la Galilea è il luogo della vita quotidiana, delle nostre relazioni e dell’ambiente che ci è familiare fin dall’infanzia. Il Cristo risorto, che a Maria Maddalena dice “noli me tangere”, anche a noi ripete di non lasciarci affogare dalla materialità. 

È il tempo di privilegiare il pensiero, la qualità della vita, di valorizzare le esperienze di questi difficili mesi, rivisitando l’elenco delle nostre priorità.

A noi cristiani è chiesto di seminare speranza.

2.  Il coraggio del nuovo

Animati dalla fede, occorre distinguere conforto e discernimento: cioè, la nostra dimensione sociale. “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi”6. San Paolo ci chiede di ragionare sulla malizia e la perversità che hanno dominato le esperienze passate e di fare festa come “azzimi”, cioè come cosa nuova, attraverso la sincerità e la verità: ci vuole coraggio.

Siamo a ridirci, questa mattina, che non ci mancano i doni di Dio per affrontare una riflessione seria sulla vita personale e sulla nostra dimensione sociale.

Il Papa ci ha invitato a “integrarci in una visione più ampia della realtà”. Alla dura esperienza del contagio mortale, ci siamo resi conto, per via del micro organismo letale, che il sistema affermato negli ultimi anni è fragile e ingiusto. Sarà necessario spiegare alla generazione più giovane come l’apparato economico, che si riteneva onnipotente, è entrato profondamente in crisi e con esso i meccanismi internazionali. Si torna a parlare finalmente di democrazia, di rispetto per gli altri e di giustizia nelle relazioni tra gli Stati.

La tentazione più forte è la retorica, che renderebbe vano il sacrificio di molti e la disponibilità a fare il proprio dovere, come quelli che il Papa ha chiamato “i santi della porta accanto”8 e ha voluto che lo accompagnassero nella Via Crucis di venerdì scorso, sotto il colonnato di San Pietro. È poco utile pentirsi, se poi non si ha almeno la voglia di agire diversamente.

3.  Cambiare se stessi per cambiare il mondo

Secondo un antico principio cristiano, per cambiare il mondo occorre cominciare a cambiare noi stessi. La fede, la speranza, la carità – che sono doni di Dio – chiedono di essere tradotte in esperienze concrete di pazienza, giustizia, temperanza e fortezza. 

Una declinazione della virtù della pazienza è la “responsabilità”. Obiettivo prossimo è resistere alla tentazione dell’evasione e della fuga dal reale. Non abbiamo bisogno di incanti, ma di farci carico delle difficoltà degli altri e delle nostre deficienze.

Occorre ripensare e far rivisitare i temi alti dell’impegno sociale. Le Leggi sono il frutto di una elaborazione fatta da altri prima di noi, ma obbligano anche noi cristiani a portare la novità della Pasqua, per rinnovare i nostri progetti e gli obiettivi da perseguire.

Dagli anni della ricostruzione postbellica, forse abbiamo perduto il senso della misura e ci siamo abbandonati alla pratica dello spreco, perdendo di vista ciò che è necessario, perché la vita sia umana per tutti, non solo per chi dispone di risorse maggiori. Finché al mondo ci saranno persone e popoli meno considerati di altri, talvolta perfino sfruttati, la virtù della temperanza, che fece grandi alcuni antenati, non è perseguita. La pratica del rischio senza previsioni e l’obiettivo di soddisfare principalmente i sensi hanno creato eroi di cartone, importati da oltre mare. Illudono e deprimono gli sforzi di chi fa, nel proprio piccolo, una seria ricerca di ciò che vale e che va privilegiato.

Pasqua è la vittoria di Cristo sulla morte e il richiamo a tutti noi a vincere la cultura dell’effimero, dello spreco, del disprezzo degli altri, dell’affermazione di sé ad ogni costo. Niente di grande si ottiene, senza sacrificio. Alla grande crisi, siamo arrivati con un’accelerazione furibonda, una sorta di duello di tutti contro tutti che ha emarginato, ancora una volta, intere aree del mondo. La ricostruzione del Dopoguerra ebbe successo per le forti convergenze che la ispiravano e per il sacrosanto principio della virtù della fortezza, che basta il poco di tanti per ottenere molto.

La virtù pasquale della speranza ci mette in atteggiamento di attesa, valutazione del nuovo, attraverso progetti, dibattito, alla ricerca di quegli obiettivi che Dio ci ha messo nel cuore per essere veramente umani.

Un’antica tradizione russa vuole che a Pasqua ci si scambino delle uova, perché sono, in apparenza, simili a dei sassi inermi; ma se hai la pazienza di attendere ne nasce la vita. Vorrei che la voglia di nuovo che abbiamo nel cuore come quelle uova della Santa Russia, capaci di scambiarci la certezza che Dio non abbandona e si fida di noi. Il nuovo talvolta stupisce, come Maria Maddalena che, per via delle apparenze, non riuscì a riconoscere il Risorto, ma, alla sua Parola, si riempì di gioia: “Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto”.



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